Leggende su Praga

Sono tantissime le leggende che riguardano Praga e nel corso dei secoli hanno contribuito a colorare l’atmosfera di mistero, di sogno e talora di incubo che si respira in città. Su di esse si basa la tradizione popolare e ad esse ha attinto gran parte della letteratura praghese.

La principessa Libuše

La principessa Libuše è considerata la fondatrice della città, perchè ne predisse la nascita e il futuro splendore. Principessa di una tribù slava, quando capì che i suoi sudditi erano scontenti, successe a suo padre e divenne la prima regina. Scelse un umile contadino come sposo e diede inizio alla dinastia dei Premyslidi.
Si dice che diede alla città il nome Prah (soglia) perchè ebbe la visione di un uomo che tracciava la soglia della sua casa.

Il Golem

Il Golem è la leggenda più nota, retaggio della Praga ebraica, dalle origine antichissime. Il termine fa la sua prima apparizione nella Bibbia (antico Testamento, Salmo 139, 16) per indicare una massa ancora priva di forma, ed è presente nei libri fondamentali della mistica ebraica, lo Zohar (Il libro dello splendore) del XIII secolo, e il Sefer Jezira (Il libro della creazione).
Ricalcando un principio della mistica ebraica, secondo cui il mondo e la vita sono emanazione del nome divino, sono sorte nel corso dei secoli diverse leggende sul Golem, talvolta versioni diverse della stessa storia.
La leggenda più nota è quella ambientata nel ghetto di Praga alla fine del XVI secolo, che attribuisce la creazione del Golem al Rabbi Jehuda Löw ben Bezalel. Si tratta in realtà della saga polacca del Rabbi Elija Ba’al Schem di Chelm, che a posteriori, cioè nel ‘700, venne attribuita al rabbino di Praga: in questa versione il Golem era un protettore del popolo ebraico dalle persecuzioni.

I Vodník

I vodník sono folletti delle acque che vivono nella Moldava, il cui compito è quello di raccogliere le anime degli annegati e custodirle in piccole ampolle di vetro depositate sul fondo del fiume. Secondo la tradizione sono vestiti di verde e rosso, indossano un cappello a tuba e una marsina con il lembo sinistro gocciolante. Se vivono fuori dall’acqua resistono poco, e quando la marsina non gocciola più è l’ora di rituffarsi.
Nella versione di Frantisek Langer (“Leggende praghesi”), esistevano nella Moldava tre vodník, uno a Kampa, uno alla rupe di Vyšehrad e uno a Na Františku. Tutti e tre avevano rapporti problematici con la popolazione locale ma solo il terzo soffriva di solitudine, e anche per i pochi annegati in quella zona, che gli procuravano poco lavoro. Così si era dato alla lettura, e aveva allestito una grande biblioteca subacquea in mezzo a pesci e alghe.

“Protettori di Pietra” e “La spada di San Venceslao”

Il Ponte Carlo ha dato origine a numerose leggende, tra cui una secondo la quale le sue statue sarebbero dei “protettori di pietra” (dal titolo dell’omonimo racconto di F. Langer), e proteggerebbero i neonati dell’isola di Kampa, accompagnandoli per tutta la vita – questo in cambio delle cure ricevute per la loro conservazione.
Sempre Langer (“Leggende praghesi”) riferisce la leggenda della spada di San Venceslao, che era infissa nelle mura del ponte a protezione della città. Se vi fosse stata un’invasione San Venceslao l’avrebbe brandita, decapitando tutti i nemici con un semplice grido. Ma dei bambini se ne impossessarono, e da allora è introvabile: per questo si dice che i bambini hanno in mano il futuro del paese.

Il Dottor Faust

Il Dottor Faust visse secondo la leggenda al numero 40-41 di Karlovo namesti, conducendovi i suoi studi di alchimia. Di certo vi abitò il mago Edward Kelley ai tempi di Rodolfo II. La casa avrebbe una maledizione: uno studente che vi abitò sparì, e nella casa si trovò un foro nel tetto: allo stesso modo era stato rapito Faust dal diavolo, in seguito al patto con cui aveva avuto da lui il dono dell’eterna giovinezza.

Dalibor

Quella di Dalibor è una delle leggende praghesi più note, messa anche in opera da Bedrich Smetana nel 1868. Secondo questa leggenda, un uomo di nome Dalibor da Kozojedy, una cittadina nelle vicinanze di Litomerice, fu condannato a morte ed imprigionato nella torre del castello per aver dato rifugio ad alcuni contadini ribelli. In attesa del giorno dell’esecuzione, Dalibor suonava il suo violino e la musica che proveniva dalla sua cella era tanto bella da commuovere e incantare tutti gli abitanti di Praga. Le autorità locali, quindi, non se la sentirono di annunciare il giorno in cui Dalibor sarebbe stato giustiziato. Solo quando il violino tacque, gli abitanti di Praga capirono che per Dalibor era giunta l’ultima ora.